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Esser e Fare dell'ingegnere e dello psicologo PDF Stampa E-mail

Nota: lettura complessa e sofisticata,  sconsigliata per lettori veloci. Con aspetti provocatori ed inusuali.

Dalla moderazione di un recente convegno sullo stress in ambito universitario presso e immerso fra professori di "psicologia",  a seguito delle interazioni con loro nasce questo piccolo post che la dice lunga della necessità della contaminazione fra le discipline e di un sapere che vada oltre a quello tecnico e comprenda il "fattore umano.. Ecco la riflessione:

Un conto è esser ingegnere o psicologo un conto è farlo.

Entrambe le dimensioni si possono articolare sulla qualità o non erogata nello stato. Si può esser pessimi o ottimi cosi come si può far qualcosa in modo egregio o mediocre.

La differenza, pertanto, non è tanto nella qualità quanto nella percentuale identitaria associata o percepita dal soggetto al ruolo. Se si è qualcosa, se si dice di esser qualcuno o qualcosa ci si percepisce per tali e qualunque attacco a questa dimensione è percepito come attacco al sé e alla propria autostima.

Tutta un’altra musica se si dice che si “fa” qualcosa o qualche ruolo. Si è consapevoli che si è dell’altro almeno “anche” e c’è spazio per l’autocritica, l’ironia o l’accusa esterna. Si è già in terza persona.

Ma entriamo nello specifico esser ingegnere e esser psicologo.

L’esser qualcuno si sceglie giusto a valle della fase adolescenziale e dunque è frutto di un processo lungo e complesso che arriva a compimento con la scelta universitaria. Almeno nella maggior parte dei casi dove non c’è un cambio in itinere o un approdo successivo.

La scelta dell’esser psicologo, perché cmq di questo si tratta nel momento in cui si sceglie l’università, rileva una dominanza cerebrale rivolta all’interiorità magari per “capire bene” una serie di dinamiche di cui si è soggetti o oggetti che suscitano o han suscitato timore, ansia e/o comunque forti emozioni.

Ciò è al contempo una fuga e una negazione dall’esteriorità per l’affermazione cognitiva di una interiorità che suscita emozioni, paura, ansie desiderio di maggior controllo. In questo tratto è poggiata la prima pietra di una grande e potenziale intelligenza emotiva. Spesso femminile e precoce tratto orientato al dire, al linguaggio per render reali e percepiti gli aspetti invisibili interiori.

La scelta di esser ingegnere, invece, rileva una dominanza cerebrale rivolta all’esteriorità magari per “capire bene” una serie di dinamiche di cui si è assistito come soggetti che han suscitato curiosità, piacere o interesse. Raramente paura. Quasi mai perdita, morte o distacco. L’anima di “fare” anche nell’”esser ingegnere” è dominante.

Ciò è al contempo una indifferenza all’interiorità che non è percepita come molteplice, complessa ed oggetto da capire per aver un maggiore controllo. In questa radice c’è il seme di una limitata intelligenza emotiva. Tratto spesso maschile orientato al gioco, al fare e meno al verbale.

E da quanto detto escon le antinomie e le contraddizioni latenti dei ruoli.

Il far lo psicologo richiede un volgersi agli “altri” e non più a se stessi e dunque un grado di insensibilità alle dinamiche interne o di “rinculo”. Ma questo si oppone all’esser psicologi per costruzione. Pertanto il bravo psicologo è colui che riesce a “non esserlo” nel “farlo”.

Anzi, Nell’esser come un ingegnere, che fa che sperimenta nell’esteriorità, nel farlo.

Di contro se il far l’ingegnere richiede un volgersi all’esterno che è in linea con l’esser ingegnere, è anche sempre più vero che tale “esternalità” sta diventando “animata” e non più inanimata e/o lo diventa comunque sempre più con il crescere delle responsabilità e della carriera: gestisce uomini, reparti e gruppi di persone. L’ingegnere perde presto il rapporto con la “cosalità” e diventa “padrone” schiavo di “servi” che godono della ricchezza e libertà del saper plasmare il mondo delle cose direttamente.

In questo la sua interiorità diventa l’unica esteriorità animata direttamente percepibile e sperimentabile in se e per se nelle relazioni con gli altri. Pertanto il bravo ingegnere è colui che riesce a “non esserlo” nel “farlo”.

Anzi.  Nell’esser come uno psicologo, che analizza, comprende, volge l’attenzione all’interiorità e alla ricchezza delle dinamiche con gli altri nel farlo.

Entrambi sono e agiscono per sapere, per capire bene e spiegare oppure operare e risolvere. Entrambi nel loro esser nativo non son mossi dalla ricerca del consenso fine a se stesso.

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